Ci sono due termini inflazionati che non vorremmo mai più leggere e sentire perché il loro abuso le ha logorate, annientando di fatto la loro capacità espressiva.

Che fine ha fatto la sobrietà? Avete notato come certi termini ormai hanno perso la loro potenza significante, diventando voci senza alcuna importanza?
Un esempio è l’aggettivo “professionale”. Ma poi c’è anche il termine “eccellenza”.
Termini esauriti, finiti, consumati per sempre. Inceneriti dall’ossidazione e sfaldati dall’eccessivo (a volte improprio) utilizzo, perché l’eccesso, si sa, a lungo andare logora.
Oggi quando noi pubblicitari scriviamo termini come Professionale (e derivati) o Eccellente (e derivati) siamo consapevoli che le persone oramai non ci credono più, o quantomeno sono pervasi dal dubbio sul cosa aspettarsi realmente, temendo una delusione.

Soluzione? Dimostrare.
“Sottrarre” sembra la pratica più opportuna. Talvolta però l’eccesso di sobrietà, per una forma di ostentazione opposta, scivola nel banale e non raggiunge l’effetto sperato. Invece la cosa migliore da fare è “dire senza dire” (anche questa espressione è satura, lo so…), cioè portare la dimostrazione sotto gli occhi delle persone.
Esempio: se un determinato vino è considerato un’eccellenza bisognerà parlare di come quel vino ha dimostrato la sua superiorità. L’acquirente dedurrà nella sua mente che il vino è una eccellenza, senza che nessuno abbia pronunciato o scritto quella parola. Perché è il senso delle parole quello che conta, non la parola stessa, che di per sé è solo un tramite.

A tal proposito e per puro capriccio, riporto qui una sintesi di un post trovato sul sito lagrammaticaitaliana.it:

Come esprimersi con quella pulizia di linguaggio che consente di far aderire la parola alla cosa che vogliamo esprimere?  È difficile rispondere, ma possiamo, grazie a studiosi e linguisti, prendere qualche consiglio su ciò che si deve eliminare.
Immaginiamo di essere di fronte ad un foglio bianco.  È adesso che occorre uno sforzo, e con tanta precisione controllare ad una ad una parole e frasi che si presentano nella mente, verificarne l’identità, la provenienza, la destinazione. Cosa vogliono dire, come la dicono. Se mantengono intatta la loro forza di rappresentazione o se, al contrario, il loro troppo uso li ha banalizzati, svuotandole del loro significato e riducendole a puro “flatus vocis”, cioè voce senza importanza.

Secondo Ennio Flaiano, in Italia, fra due punti, la via più breve è sempre l’arabesco.

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